lunedì 12 ottobre 2009

TIRANNIDE indistintamente appellare si debbe ogni qualunque governo, in cui chi è preposto alla esecuzion delle leggi, può farle, distruggerle, infrangerle, interpretarle, impedirle, sospenderle; od anche soltanto deluderle, con sicurezza d'impunità. E quindi, o questo infrangi-legge sia ereditario, o sia elettivo; usurpatore, o legittimo; buono, o tristo; uno, o molti; a ogni modo, chiunque ha una forza effettiva, che basti a ciò fare, è tiranno; ogni società, che lo ammette, è tirannide; ogni popolo, che lo sopporta, è schiavo.

(Vittorio Alfieri, Della Tirannide, Libro I, Capitolo II)

sabato 15 novembre 2008

Antifascismo ed anticomunismo

Questa riflessione nasce inizialmente come risposta all'articolo di Giorgio Israel su Tempi del 25 Settembre 2008

"Perché non possiamo dirci antifascisti se non ci diciamo anche anticomunisti"

e pubblicato sul blog dell'autore all'indirizzo
http://gisrael.blogspot.com/2008/09/perch-non-possiamo-dirci-antifascisti.html.

L'articolo di Giorgio Israel solleva un problema sul quale si e' molto dibattuto negli ultimi anni, un problema che non era mai arrivato all'attenzione del pubblico in epoche piu' lontane (per ovvie ragioni). Vale a dire: mentre si condannano universalmente, decisamente ed unanimemente il fascismo ed il nazismo quali regimi totalitari e brutali, al comunismo viene riservata una condanna piu' velata, piu' sfumata, meno sentita (anche emotivamente) e sicuramente non cosi' unanime. Anzi, mentre il fascismo ed il nazismo vengono categorizzati come "il male assoluto" addirittura da esponenti della destra nostrana, non si e' (finora?) arrivati al concetto di comunismo come "male assoluto". Ricordo una puntata di "Otto e Mezzo", forse un anno fa o giu' di li', nella quale era presente Oliviero Diliberto, e Giuliano Ferrara poneva la domanda in modo che piu' esplicito non si puo': "Perche' una persona puo' dichiarsi comunista in perfetta legalita', mentre un altro che si dichiara fascista e' fuori legge?" Va detto anche che coloro che credono nella giustezza di una condanna simmetrica, di ugual livello, del nazismo e fascismo da una parte e del comunismo dall'altra, gridano spesso allo scandalo se cio' non avviene, ed usano termini quali "inaccettabile" o "innammissibile" per descrivere la posizione di chi non e' d'accordo con questa condanna in egual misura. Hanno forse ragione? Non ha forse il comunismo perpetrato crimini altrettanto brutali, per natura e per numero, a quelli del nazismo e del fascismo? Non e' forse vero che Stalin ha sterminato milioni di persone, cosi' come ha fatto Hitler? Se e' davvero cosi', perche' la condanna simmetrica e' ben lontana dall'essere unanimemente accettata?

Non sono certo uno storico od un sociologo, ma provero' ad apportare un paio di argomenti per capire il perche' sia cosi' ed anche per spiegare perche', secondo la mia opinione, e' giusto che NON ci sia un condanna simmetrica.

La prima cosa da dire e' quasi banale: i crimini dello stalinismo si sono quasi esclusivamente rivolti verso l'interno del proprio sistema. Il nazismo ed il fascismo, invece, hanno rivolto la loro brutalita' verso altre popolazioni ed hanno addirittura originato la seconda guerra mondiale, mossi da una precisa volonta' di conquista e di sterminio che e' completamente assente nel comunismo. Forse questo elemento da solo potrebbe bastare a porre il comunismo su un piano diverso da quello del nazismo e del fascismo, ma andiamo pure avanti. Si potrebbe obiettare che l'Unione Sovietica ha esercitato il suo potere totalitario verso i paesi dell'Europa dell'Est dopo la spartizione seguita alla fine della guerra, ma non mi sembra che, per quando condannabile, questo esercizio di potere sia in alcun modo paragonabile alle invasioni di Francia, Polonia e Cecoslovacchia o lo sterminio di 6 milioni di ebrei operati da Hitler o alle crudelta' fasciste durante le guerre coloniali. E' forse piu' simile, benche' piu' pesante, alla "dittatura dolce" operata dall'America nei confronti dell'Europa; libera si, democratica pure, ma sempre all'interno di confini ben delineati e mai completamente indipendente. Se poi vogliamo tirare in ballo le invasioni dell'Ungheria e della Cecoslovacchia, si tratta di operazioni sicuramente condannabili, ma va ricordato che l'America ne ha fatte di simili, senza che ne scaturisse la stessa unanime condanna morale e senza che nessuno le togliesse la patente di stato democratico. Non e' pertanto a questo che dobbiamo guardare se si deve condannare il comunismo alla stessa stregua del fascismo e del nazismo.

Un'argomento simile al precedente e' quello che riguarda piu' da vicino noi italiani e che e' stato gia' esposto da Gianfranco Massi nel suo commento. Nel nostro paese, abbiamo avuto e sentito sulle nostre spalle il peso della dittatura fascista, della sua alleanza con la Germania nazista, della guerra nella quale il duce ci ha trascinati ben consapevole che le nostre forze non ce lo permettevano. Il fascismo ha preso il potere con la forza e, complice una monarchia debole ed insicura (a dir poco), ha stravolto le regole del gioco per consolidare il suo potere. Il fascismo e' il regime dittatoriale che ha operato nel nostro paese, quello che e' stato combattuto ed abbattuto. E' dalle ceneri del fascismo che e' nata la nostra repubblica e soprattutto la nostra costituzione. Nel nostro paese, il comunismo non ha fatto nulla di tutto cio'. Il comunismo, dopo aver contribuito all'abbattimento del regime fascista, e' stato alle regole del gioco democratico senza mai uscire dai binari della democrazia. Mi sembra dunque piu' che naturale che, se si deve condannare un sistema politico che ha commesso dei crimini altrove, cio' avvenga in modo diverso da un regime che abbia commesso dei crimini su di noi. E' ovvio che nella condanna del fascismo, oltre alla presa di posizione ideologica, c'e' - nelle famiglie italiane - anche qualche nonno o qualche zio che ha dovuto subire qualche torto, piu' o meno grande, da parte dei fascisti. Non c'e' nessuno che abbia subito delle torture o delle ingiustizie legate ai crimini perpetrati da Stalin. Credo che questo basti a spiegare perche', nel nostro paese, la condanna del fascismo sara' sempre piu' profonda e piu' "sentita" della condanna del comunismo, che invece rimarra', per cosi' dire, piu' astratta. E' l'antifascismo che e' scritto nella nostra costituzione, non l'anticomunismo, ed e' giusto che sia cosi'.

Ma i due argomenti esposti finora sono argomenti, diciamo, contingenti, legati a luoghi e modalita' di svolgimento piu' che alla natura dei regimi per se. C'e' anche un altro filo di ragionamento che spiega e perfino giustifica la differenziazione di cui stiamo parlando. O, per lo meno, apre un orizzonte diverso sulla questione. Vediamo di illustrarlo.

Nazismo, fascismo, comunismo. In realta', se possiamo parlare di nazismo al singolare, dovremmo parlare di fascismi al plurale, perche' oltre a Mussolini ci sono stati anche Franco, Pinochet, Batista, Videla, etc. Poi: democrazia, liberalesimo. Ma anche Cristianesimo, Buddhismo, Induismo, religione islamica, etc. Sono tutti termini con i quali indichiamo un sistema politico, un sistema economico o una religione. A ciascuno di noi, questi termini fanno venire in mente qualcosa, che potrebbe anche non essere la stessa per tutti. Ad esempio, la parola Cristianesimo cosa fa venire in mente? La messa della domenica, la morte di Cristo in croce, la fede nel dio cristiano, o TUTTO cio' che in qualche modo coinvolge la religione cristiana e le sue chiese in duemila anni? E la parola democrazia cosa fa venire in mente? Il sistema parlamentare britannico o quello americano? La socialdemocrazia tedesca o nordeuropea? O addirittura le guerre americane esportatrici di democrazia in Afghanistan o Iraq? E la parola comunismo cosa fa venire in mente? Gli scritti di Marx e di Engels, la comune di Parigi, i diari di Gramsci, le deportazioni staliniane o la perestroika di Gorbachev? O il comunismo "soft" della primavera di Praga o dell'Ungheria anni '80? O le lotte partigiane in Italia ed altri paesi europei? La figura di Stalin, quella di Berlinguer o di Piero Fassino? E la parola liberalesimo cosa ci fa venire in mente? La liberta' di opinione, di parola, di religione etc., la politica unificatrice del liberale italiano per eccellenza, Cavour, il pensiero di Croce o Einaudi, o forse invece le speculazioni finanziarie ed i tracolli monetari di questi giorni? E si potrebbe continuare.

Cosa voglio dire con questo? Voglio dire che, quando usiamo questi termini, siamo abituati a distinguere tra l'idea, i principi, l'ideologia da una parte e le sue realizzazioni storiche dall'altra. E questo risulta piu' chiaro e piu' netto con alcune idee, principi o ideologie e meno chiaro con altre. Vale a dire, in alcuni casi distinguiamo nettamente fra le realizzazioni storiche e le idee che le promuovono, in altri la distinzione e' molto piu' difficile e sfumata. In altri ancora e' impossibile. Allora, quando diciamo che siamo antifascisti, antinazisti o anticomunisti intendiamo dire che siamo contro le idee di questa o quest'altra filosofia (politica, economica o religiosa che sia) o che siamo contro le sue realizzazioni storiche, o entrambe? Per entrare nel merito, cominciamo dal Cristianesimo. Non v'e' dubbio che, nella sua realizzazione storica, il Cristianesimo abbia perpetrato, nel corso dei secoli, molti piu' crimini di quanti ne abbiano commessi nazismo, fascismo e comunismo messi assieme. Intendiamoci, altre religioni hanno fatto altrettanto e con altrettanta crudelta' nel corso dei secoli. Eppure, nessuno si sognerebbe mai di scrivere l'anticristianesimo nella costituzione di un paese civile. Perche'? Semplicemente perche' si attribuiscono le malefatte alla "debolezza degli uomini" che rappresentano quell'idea in un dato periodo di tempo e non all'idea stessa. Anzi, parliamo addirittura di "tradimento della parola di Cristo" di fronte ai Giordano Bruno, Galileo, o alle "streghe" messe al rogo. Ovviamente, questa e' la posizione di gran parte delle persone di fede, i non credenti forse non la pensano cosi', ma non sottilizziamo. Nel caso del Cristianesimo siamo abituati a distinguere in maniera netta tra l'idea e le sue realizzazioni storiche e, anche dalla mia posizione di non credente, ma nato e cresciuto in una famiglia cattolica, capisco che quest'operazione sia abbastanza facile. Ho invece riscontrato come, per altre persone, provenienti da altri paesi e con una formazione culturale diversa, la distinzione tra idea e realizzazioni storiche sia, nel caso del Cristianesimo, molto meno evidente.

All'altro estremo del Cristianesimo, troviamo nazismo e fascismo. Le loro realizzazioni storiche sono ben difficilmente distinguibili dall'apparato ideologico che le ha nutrite. L'ideologia e' di solito un paravento, demagocico e populista, dietro al quale si nasconde un gruppo di persone che vuole semplicemente prendere il potere con la forza e mantenerlo allo stesso modo. L'ideologia serve solo ad addomesticare la popolazione; ci sono riusciti molto bene con il nazismo in Germania, un po' meno bene forse con il fascismo in Italia, ancor meno bene con le dittature militari latino-americane. Ogni qual volta che una nuova dittatura militare compare in qualche angolo del mondo, nessuno parla di "tradimento" di una qualche idea, come nell'esempio del Cristianesimo che ho fatto sopra. Ed in ogni caso, non abbiamo difficolta' a distanziarci anche dall'apparato ideologico che accompagna talvolta queste dittature: come si fa a credere alla superiorita' della razza o ad un "revival" dell'Impero Romano? Non ci riesce dunque difficile dichiararci antifascisti, non c'e' ambiguita' di sorta tra idea e realizzazione storica, addirittura coincidono.

Dove si colloca il comunismo in tutto cio'? Ma certamente molto vicino al Cristianesimo, nella posizione di una ideologia con i cui principi fondanti, basati sull'uguaglianza delle persone, e' ben difficile trovarsi in disaccordo, ma che ha ricevuto una serie di realizzazioni storiche da cui invece ci distanziamo. Certo, si potra' dissentire su alcuni aspetti delle teorie comuniste, o si potra' ritenere che non siano le migliori per sostenere lo sviluppo materiale, economico ed intellettuale (evito appositamente la parola "spirituale" perche' troppo ambigua) dei popoli. Ma mi sembra piu' che naturale condividere una larga parte del suo apparato ideologico, visto poi che gli aspetti piu' oltranzisti di esso (ad esempio, la lotta di classe) sono stati depennati nei tempi moderni. Allora, se nel dichiararsi antifascisti c'e' un bel pezzo della nostra storia patria, se nel dichiararsi antinazisti ci si distanzia non solo dallo sterminio di sei milioni di ebrei e dalle guerre di conquista del Fuehrer ma anche dalle idee di supremazia della razza e di militarizzazione della societa', qual'e' il significato di dichiararsi anticomunisti? E' forse solo quello di condannare lo stalinismo? O si vuole anche prendere le distanze dai 24 milioni di caduti russi nella seconda guerra mondiale? O si vuol prendere le distanze da quegli ideali di uguaglianza sociale che pur hanno portato milioni di famiglie a vivere una vita piu' dignitosa?

sabato 19 gennaio 2008

Ancora sul papa alla Sapienza ...

Vorrei raccontare quanto segue.

Nel periodo dal 1983 al 1985 lavoravo e vivevo ad Utrecht, in Olanda. Una domenica di primavera, durante quel perido (credo nel maggio 1985, ma potrebbe anche essere stato l'84), ebbi occasione di assistere alla visita ufficiale di Giovanni Paolo II in Olanda. La popolazione cattolica olandese e' concentrata nel sud del paese (il Limburgo e' cattolico), mentre il centro (dove si trova Utrecht) ed il nord sono protestanti. La sede del Primate d'Olanda, pero', e' ad Utrecht, e fu li' che il papa si reco' in visita. Fu una visita segnata da molte contestazioni; il papa non era amato da quelle parti (non so se questo valga ancor oggi), per le posizioni della chiesa cattolica su argomenti come divorzio, aborto, fecondazione artificiale, eutanasia, etc. Il sabato che precedeva la visita, la citta' pullulava di manifestazioni di dissenso, al punto che diversi locali pubblici, alla sera, allestivano spettacoli teatrali di tipo cabarettistico con satire anti-papa alquanto velenose (qui si vede qualcosa del genere negli spettacoli di Sabina Guzzanti, ma ... mai sul papa!!). Il timore di scontri e violenze durante la visita del papa era alto, ed alla domenica la citta' era presidiata dalla polizia, attenta a controllare anche zone residenziali semi-centrali. Il papa arrivo', pesantemente scortato, e percorse le vie della citta' ad alta velocita', senza rallentare per salutare la folla - che pur c'era, anche se scarsa -, per minimizzare il rischio di attentati. Nel primo pomeriggio tenne il suo discorso al palazzo della fiera, dove ci fu pure una sparatoria (non ricordo se durante, prima o dopo del suo discorso) tra la polizia ed un gruppetto sparuto di facinorosi. Senza vittime, per fortuna.

Confrontando quell'episodio con la mancata visita di Benedetto XVI alla Sapienza, vorrei fare due commenti:
1) Papa Wojtila non rinuncio' alla visita, pur essendo ben note le condizioni ambientali in cui si sarebbe svolta!! Condizioni sicuramente molto peggiori di quelle in cui si sarebbe svolta la cerimonia di giovedi' alla Sapienza!!
2) Il giorno dopo, nessuno, dico nessuno, in Olanda si straccio' le vesti gridando alla vergogna per come era stato accolto il papa!! Non ci fu nessuna levata di scudi da parte della stampa e dei media olandesi per aver tentato di impedire al papa di parlare!! E non sarebbe successo nemmeno se il papa avesse rinunciato alla visita per "motivi di sicurezza", come ha fatto Ratzinger alla Sapienza.

La mia conclusione e' dunque che, quando si commenta l'episodio della Sapienza con frasi del tipo "E' stato impedito al papa di parlare", in aggiunta "per opera di un gruppo esiguo di studenti e docenti" (la minocrazia di Massimo Zambelli ), o quando si usano termini come "intolleranza", questo e' semplicemente falso! Se il gruppo che ha "impedito al papa di parlare" era cosi' esiguo, ed era invece maggioranza schiacciante il gruppo che lo voleva, di cosa aveva paura, al punto da rinunciare? Quante volte un Berlusconi o un Prodi (per non parlare di un Bush o un Blair) hanno dovuto fare discorsi in presenza di contestazioni? Si sono forse tirati indietro gridando all'intolleranza? A me sembra che, in un regime democratico, le contestazioni sono sempre legittime e proprio questo dimostra che non c'e' intolleranza. Chiamerei, piuttosto, intollerante chi non accetta critiche e contestazioni e, a fronte di esse, si ritira e grida all'intolleranza!

Cordialmente,
Lucio Demeio.

mercoledì 16 gennaio 2008

Il papa alla Sapienza

Vorrei solo lasciare una riflessione sull'accaduto. Discorsi piu' approfonditi ed ampi si trovano oggi su gran parte dei quotidiani.

Mi sembra semplicemente ingiusto usare frasi come "intolleranza" o "impedire al papa di parlare". Nulla di piu' fuorviante. Al papa viene concesso uno spazio mediatico (solo in Italia, tra l'altro...) che non ha paragoni con qualunque altra figura politica, scientifica o filosofica (o anche religiosa, a dire il vero). Non solo, la chiesa cattolica e' cosi' capillarmente diffusa sul territorio nazionale da rendere grottesca e risibile qualunque accusa di "censura" nei suoi confronti. Semmai, non c'e' forse censura nei confronti di chi non la pensa allo stesso modo? Dove sono la voce e il peso della scienza e della filosofia scientifica nei dibattiti mediatici, a proposito di argomenti eticamente sensibili? Dov'e' il contraddittorio, il dibattito cui si dovrebbe sottoporre la chiesa se vuole rendersi parte della societa' civile? Perche' dobbiamo attendere la lettera di quei 67 fisici affinche' i media si accorgano di qualcuno che "non e' allineato"?

C'e' stato anche chi ha detto: "Ahmadinejad puo' parlare alla Columbia University, il papa non puo' parlare alla Sapienza". Ma Ahmadinejad e' stato accolto da contestazioni ben superiori a quelle del papa alla Sapienza! Eppure il suo discorso l'ha fatto, e l'ha fatto da "terrorista internazionale". Senza tirarsi indietro.

Lucio Demeio.

sabato 5 gennaio 2008

Sex Crimes and the Vatican

Scrive oggi La Repubblica:

CITTA' DEL VATICANO - Una preghiera su scala mondiale per "le vittime delle gravi situazioni di condotta morale e sessuale di una piccolissima parte del clero", cioè per le vittime di pedofilia e abusi perpetrati da sacerdoti.

La propone il Vaticano e l'iniziativa è annunciata all'Osservatore romano dal cardinale Claudio Hummes, prefetto della Congregazione per il clero, che ritiene una "priorità aprire 'cenacoli eucaristici' suscitando un grande movimento spirituale di preghiera per tutti i sacerdoti e per la loro santificazione". Ci sono sempre stati problemi tra i preti, rimarca il porporato, "perché siamo tutti peccatori, però in questo tempo sono stati segnalati fatti veramente molto gravi".
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L'iniziativa annunciata dal prefetto della Congregazione per il clero riprende un suggerimento avanzato un anno fa da padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia. Lo scorso 15 dicembre 2006, alla presenza di Benedetto XVI, il sacerdote aveva sottolineato come la Chiesa Cattolica avrebbe dovuto fare un giorno di digiuno e penitenza per chiedere perdono per gli abusi sessuali che hanno visto coinvolti alcuni suoi rappresentanti.
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La Chiesa dovrebbe essere il riferimento morale per l'umanita', o almeno per i cattolici. Perche' allora continua a rimediare alle sue manchevolezze verso la societa' civile con iniziative "interne" alla chiesa stessa? Non dovrebbe invece denunciare i colpevoli dei reati alle autorita' civili e lasciare che la giustizia civile faccia il suo corso? Anche nei caso in cui non sussiste l'obbligo legale di denuncia, un'istituzione che si propone come riferimento morale e spirituale per la societa' non lo dovrebbe fare? Una giornata di preghiera sara' pur d'aiuto ai preti (peccatori e non), ma ai bambini-vittime ed alle loro famiglie chi dara' aiuto?

Lucio Demeio.